Lessico


Kiranide

Vicissitudini a non finire per poter raccogliere due notizie biografiche di Kiranide. In effetti non ne ho raccolta nessuna, né presso la Biblioteca della Wellcome di Londra né in un qualsivoglia sito internet, e il motivo esiste, in quanto Kiranide non è mai esistito.

Ad illuminarmi è stato John McMahon del Gruppo di discussione di Latino. Si tratta di una raccolta di tradizioni popolari databile intorno al IV sec. in cui è incorporato del materiale più antico, incluso quello del periodo ellenistico.

Dalla Wellcome ho ricevuto la seguente citazione bibliografica che mette in evidenza il fatto che Kiranide era uno pseudonimo: “...[second title] Liber physico-medicus Kiranidum Kirani, i.e., Regis Persarum ... post D. fere annos nunc primum e membranis latine editus cum notis. Qui multis adhuc seculis ante syriace, arabice et graece scriptus et versus extitit. Cum autem reliquae translationes interciderint, haec semibarbara non omnino sepelienda, nec ita totum opusculum obliterandum fuit.”

Aldrovandi cita molto spesso Kiranide, ma non doveva averne una grandissima stima: «...Kiranides fabulosissimus scriptor ... sed penes Kiranidem eius rei fides esto

Però Lind (1963) si esprime così: “Kiranides is a pseudonym for Kirani, king of Persia. A book purported to be by him was printed at London in 1685 under the following title: The magick of Kirani, king of Persia, and of Harpocration; containing the magical and medicinal vertues of stones, herbs, fishes, beasts and birds. A work much sought for by the learned, but seen by few; said to have been in the Vatican-library at Rome; but not to be found there, nor in all the famous libraries of the empire. Now published and translated into English from a copy found in a private hand. A copy with the armorial bookplate of Sidney Edward (12 p. 1., 156[13] p. 18½ cm.) is in the William Andrews Clark Memorial Library at Los Angeles, California. On the cinaedus stone see Pliny 37. 10. 56. 153.”

Ulteriori lumi sul libro di Kiranide, che essenzialmente è un testo propriamente magico, sono forniti dall’approfondito studio di Paolo Cherubini, Lapidari, virtù terapeutiche di pietre piante e animali, scongiuri in un codice medico-alchemico Tardo-Medievale a Palermo, www.unipa.it:

[...] Il testo più lungo è però senz’altro il Liber Kyranidis, che occupa più dei tre quarti dell’attuale manoscritto. Si tratta di un’opera di ampio respiro, la cui tradizione è piuttosto complessa; in particolare si è a lungo discusso della paternità della sua traduzione latina. Il libro, citato già da Galeno e da Olimpiodoro e assegnato in manoscritti greci a Ermete Trismegisto, consiste, secondo la ricostruzione proposta dal traduttore latino del secolo XII, nell’unione di due testi distinti:

- il primo attribuito al re di Persia Kiranides (Kiramides, Kyranides) o Kiranus,

- il secondo a un Arpocration di Alessandria, che illustra alla propria figlia le nozioni da lui apprese durante un viaggio in terre orientali e narra le vicende che lo hanno portato a tali conoscenze.

Spesso, nei codici che lo contengono, il Liber si trova insieme ad opere dello pseudo Alberto Magno o addirittura viene attribuito a quest’ultimo.

Suddiviso in quattro libri nella redazione latina, forse ne contava altri due almeno a giudicare dal numero di libri che pare componessero a loro volta la redazione greca.

Nel primo libro sono raccolti sotto ciascuna lettera dell’alfabeto un uccello, un pesce, una pianta e una pietra (il nome dei quali inizia con quella lettera), e di ciascuno di essi l’Autore descrive le virtù terapeutiche e la maniera di trarne talismani.

Nei tre libri successivi un procedimento analogo viene applicato, ancora in rigido ordine alfabetico (naturalmente secondo il rispettivo nome greco), ai soli animali, procedendo in quest’ordine: prima i quadrupedi, poi gli uccelli e infine i pesci.

L’opera è forse un prodotto d’età imperiale dove sono confluite, mescolate in un sincretismo che attinge alla letteratura greca e a quella orientale di natura ermetica, conoscenze scientifiche e di occultismo. Probabilmente conosciuto in Oriente anche durante il periodo bizantino, di certo esso ricompare a Costantinopoli nella seconda metà del secolo XII, quando viene tradotto in greco per ordine dell’imperatore Manuele I Comneno.

La versione latina, condotta e portata a termine da un anonimo infirmus clericus – di volta in volta identificato con Gherardo da Cremona (il quale però non pare abbia lavorato a Costantinopoli), con Raimondo Lullo (non ancora nato alla data in cui essa fu effettuata) o con un Filippo da Tripoli altrimenti ignoto– va probabilmente assegnata invece a un Pascale Romano. È costui un traduttore latino alla corte imperiale di Bisanzio, interessato al mondo dei sogni e del meraviglioso, autore di un Liber thesauri occulti composto nel 1165 anch’esso nella capitale bizantina, il quale poteva attingere, oltre che al proprio patrimonio di fonti latine, a testi greci e orientali conservati nella biblioteca imperiale. Quest’ipotesi, basata su una vecchia ricostruzione di Charles Homer Haskins, riaffermata, nonostante la non convinta confutazione del Delatte, da una breve nota di Ernest Wickersheimer e da uno studio più ampio di Simone Collin-Roset, mi pare ancora oggi la più convincente, tanto più che uno dei codici del Liber, il Palat. lat. 1279, reca all’inizio un monogramma del nome «p asgalis ».

A differenza di quanto accaduto per le opere che precedono, nel caso del Liber mi è parso opportuno approfondire il rapporto del nostro manoscritto con il resto della tradizione finora nota, poiché, da una parte, credo che il codice palermitano contribuisca ad evidenziare alcuni problemi legati a quella tradizione e alle scelte (a mio giudizio talvolta discutibili) effettuate dall’editore; dall’altra, proprio dal confronto con gli altri testimoni emergono dati significativi per la ricostruzione della storia del manoscritto stesso.

Già l’Haskins menzionava nel 1927 cinque dei ventisette manoscritti che oggi si conoscono del testo latino (tralascio naturalmente del tutto la tradizione del testo greco) e altri cinque ne aggiunse in seguito il Delatte, il quale a sua volta ne ricorda un undicesimo, conservato a Leipzig fino ai primi decenni del secolo XVII, quando fu utilizzato da Ryakinus per la sua edizione del 1638, ed è oggi perduto. Altri ancora, aggiunti nuovamente da Haskins, Singer e Wickerscheimer, portarono alla lista di ventitrè codici della Collin-Roset, aggiornata oggi a ventisette.

Seguendo l’ordine e mantenendo le sigle del Delatte (di cui riassumo brevemente alcune osservazioni, limitandomi ai codici utilizzati per l’edizione), abbiamo dunque i seguenti manoscritti:

1. A = London, British Library (già British Museum), Arundel, 342, cc. 1r-46r, del secolo XIV. Il copista principale esegue correzioni, apporta varianti e pone nei margini titoli e indicazioni pertinenti il testo; una seconda mano scrive le cc. 45r- 46r, ma rivede anche tutto il testo precedente, integra alcune lacune e interviene a sua volta con correzioni e varianti; altre due mani aggiungono ulteriori titoli e note marginali.

2. M = Montpellier, Bibliothèque de la Faculté de Médecine, 277, cc. 41v-60r, del secolo XV. Il copista principale integra nel margine alcune sue lacune; una seconda mano (M 2) corregge l’intero testo intervenendo su rasure e in interlinea; una terza (M 3), oltre ad apportare qualche ulteriore correzione, aggiunge nei margini notabilia e ricette contro alcune malattie in particolare.

3. O = Oxford, Bodleian Library, Ashmole 1471, cc. 143r-167v, della fine del secolo XIV per Delatte, più genericamente del secolo XIV per Haskins. I numerosi interventi del copista principale – che aggiunge titoli nei margini, parole omesse nel testo, varianti e note marginali – testimoniano un’attenta collazione con un altro manoscritto. Il codice reca inoltre le tracce di molti lettori e correttori, tra i quali uno (O 2) che spesso interviene su rasura, soprattutto nei primi fogli, ma che non oltrepassa comunque la metà del manoscritto.

4. P = Biblioteca Apostolica Vaticana, Palatino latino 1279, cc. 121r-152v, l’unico datato (5 marzo 1462) e sottoscritto da un «Theobaldus Beckel de Argentina». Il copista principale corregge in qualche punto i suoi stessi errori, ma un lavoro completo di revisione è effettuato da P 2 che introduce varianti e ricette supplementari. Ad altra serie di interventi probabilmente di più di una mano (P 3) vanno attribuite correzioni ortografiche e la trascrizione per alcuni termini dell’equivalente greco.

5. R = Biblioteca Apostolica Vaticana, Reginense latino 773, cc. 21r-40r, del 1300 circa per Haskins, in generale della fine del secolo XIII per Delatte. Il copista principale non è attento all’ortografia, commette molti errori di copia, omette alcune parti e del quarto libro riporta solo qualche estratto. Almeno altre tre mani (R 2, R 3 e R 4) intervengono con correzioni ed aggiunte; R 3 doveva conoscere il greco (o disponeva di una versione greca del Liber), perché spesso aggiunge nel margine il nome di pietre, animali e piante in questa lingua.

6. G = Gand, Bibliothèque de la Ville et de l’Université, 416, cc. 184r-212r, del secolo XV. L’ordine di libri e capitoli è interamente sconvolto. Il copista principale ha abbozzato, alle cc. 190r-191v, un indice alfabetico per i nomi di animali e piante, ma non lo ha poi completato con il riferimento alle relative carte, ha eseguito inoltre qualche intervento correttivo, poi completato da un lettore successivo. È il testimone peggiore, che spesso rielabora il testo in maniera del tutto arbitraria.

Su questi primi sei manoscritti il Delatte condusse la sua edizione (e pertanto con essi è possibile condurre una collazione del manoscritto palermitano), mentre eseguì soltanto alcuni confronti a sondaggio sugli altri quattro da lui conosciuti, poiché nell’insieme essi non contribuivano qualitativamente, a suo giudizio, a una più esatta restitutio textus. Come si vede dal breve elenco, il Delatte ha osservato alcune peculiarità, riconosciuto le diverse mani e valutato occasionalmente l’autorità dei singoli codici, nonché avanzato in qualche caso ipotesi circa la parentela tra un testimone e l’altro. Egli non accenna affatto, però, al benché minimo tentativo di tracciare uno stemma codicum e neppure giustifica mai (né nell’introduzione né nell’apparato all’edizione) le proprie scelte, preferenze ed esclusioni. Non è possibile pertanto, allo stato attuale degli studi, inserire il codice palermitano a un qualche livello della tradizione né tanto meno assegnarlo a un’eventuale ramo piuttosto che a un altro. Si può soltanto tentare di avvicinarlo, dove più dove meno, a questo o a quel testimone, lasciando intravedere l’eventualità di una tradizione forse comune ed evidenziarne quelle peculiarità che lo rendono per certi versi particolarmente interessante.

Dalla collazione che ho effettuato sull’intero manoscritto, e di cui fornisco qui di seguito soltanto un’esemplificazione significativa, emerge innanzi tutto che, per quanto riguarda il I dei quattro libri, a parte un altissimo numero di piccole varianti ortografiche e di stile (da considerare perciò senz’altro adiafore), il nostro codice (per il quale uso la sigla Pa per non confonderlo con il n. 4 della lista del Delatte) concorda in massima parte con M e con P, spesso con R e in un certo numero di casi anche con O ed A, raramente con G. Nei libri successivi, invece, all’incirca da c. 40r in poi, il copista di Pa sembra copiare da un antigrafo che segue probabilmente una traduzione diversa e di cui inoltre egli riporta, all’interno del testo, titoli e forse anche intere ricette che in quello erano evidentemente nei margini. [...]

(in www.unipa.it/dicem/html/pubblicazioni/pan2001/pan11-2001.pdf)