Vol. 1° -  XI.2.1.

La Livornese: è proprio italiana?

Mi pare questo il momento di riportare integralmente un mio articolo apparso su Rivista di Avicoltura 6/1999. Ciò allo scopo di rendere pieno merito all’italianità della Livorno e di ovviare in parte allo svarione di Darwin.

Ricostruire la storia di un pollo domestico non è mai stata e non sarà mai un'impresa facile, neppure nel caso della Sebright, la cui creazione, pur risalendo agli inizi del 1800 - e quindi a tempi piuttosto recenti -, ha un curriculum che riecheggia quello del mostro di Loch Ness: ipotesi e congetture a non finire. Se le congetture sono bagaglio della recente Sebright, c'è da aspettarsi che vengano amplificate a dismisura nel caso della Livorno, ritenuta italiana, e le cui origini sarebbero antiche.

È legittimo aver paludato la Livorno con l'appellativo della nostra città toscana quasi a garanzia della sua origine italica?

Per chi non può sobbarcarsi la lettura di questo brano, posso anticipare la conclusione alla quale guiderò il lettore: sì, la Livorno è tutta italiana. Ovviamente, per dare un minimo di credibilità a questo dogma, è necessario frugare nella storia del bacino del Mediterraneo per cogliere le testimonianze di polli verosimilmente suoi antenati.

Essendo oltremodo infido e fuorviante affidarsi all'osteoarcheologia a causa delle diatribe che arroventano questa insostituibile branca scientifica, faremo ricorso alla storia, spesso specchio della genetica cui spetta il compito di scrivere tutti i capitoli della storia degli esseri viventi.

La ricostruzione dei dati storici è costellata di fisiologiche lacune. Al fine di non perderci in mille particolari seguirò un metodo possibilmente di tipo scultoreo, suddividendo i dati in successione cronologica.

1 - Antico Egitto

In un murale del 1450 aC rinvenuto a Tebe e appartenente alla tomba di Rekhmara, ministro di Tutmosi III, venne raffigurata la testa di un gallo domestico le cui sembianze ricordano quelle dei malesioidi. Invece, un dipinto su ostrakon della tomba di Tutankamen e forse coevo al funerale del Faraone (1338 aC), ci propone un gallo che è molto somigliante al Gallus gallus, possibile antenato dei cosiddetti mediterranei, cioè di polli dei quali la Livorno è ritenuta un prototipo.

Un secondo reperto utile al nostro scopo consiste in una coppa d’argento del regno di Seti II (1200-1194 aC) sulla quale è incisa la figura di un gallo domestico del tutto simile a quello dell’ostrakon. Gli studiosi sono comunque dell'avviso che si trattasse di animali tutti quanti esotici, cioè d'importazione, come lo sono attualmente le miriadi d'uccelli che invadono i nostri mercati ornitologici e che provengono da ogni angolo del Globo.

2 - Antica Grecia

Monete coniate fra il VII e il III secolo aC propongono una tipologia abbastanza varia: nani, malesioidi, ma anche mediterranei. Una moneta di Dardano (VII sec. aC) sembra quasi coniata apposta per la Livorno, in quanto il gallo che vi è raffigurato è senza dubbio di tipo mediterraneo.

I Romani, ormai padroni della Campania, nel 295 aC sconfissero i Sanniti a Sentinum (oggi Sassoferrato, in provincia di Ancona) entrando così in contatto coi Greci dell’Italia Meridionale.

In Sicilia, Himera e Camarina già da due secoli coniavano monete con galli dalla tipologia variabile: talora mediterranei, ma talora anche spilungoni, come quello di Camarina (420-405 aC). I galli delle monete di Sessa Aurunca (280-268 aC) e di Aquino (268-217 aC) - ambedue nel Latium e ormai sotto il dominio romano - sono praticamente la copia dello spilungone di Camarina: si può presumere quindi che anche dalla Sicilia, oltre che dalla Grecia, si fosse verificata una migrazione verso nord di soggetti corpulenti che poco avevano da spartire con la tipologia della Livorno.

Dove il pollo di tipo mediterraneo compare con una certa frequenza è sui vasi greci a figure nere del VI secolo aC, quando le fabbriche corinzie prediligevano non solo la rappresentazione dei miti, ma anche di battaglie, cacce, banchetti, nonché polli.

3 - Mondo Romano

Se qualcuno nutrisse dubbi sulla presenza nel mondo romano di un pollo tipo Livorno nel I secolo aC, non deve che dare uno sguardo, anche fuggevole , al mosaico della Burrell Collection di Glasgow. Ma è giunto il momento di analizzare anche i dati riferiti dagli scrittori latini, e siccome nessuno di loro aveva in mente di stilare uno standard delle razze, i dati a nostra disposizione sono piuttosto frammentari. Si consideri inoltre il fatto che ciascun autore era mosso da intenti diversi, e alcuni, come Plinio il Vecchio, non peccavano certo di precisione.

Contro la precisione hanno svolto un ruolo non secondario anche gli amanuensi: infatti, per fare due esempi, un "ore rubicundo" (faccia rossa) di Plinio andrebbe corretto in "colore rubicundo" da riferire al piumaggio del collo e del groppone, nonché alle scapolari; un "mores" (comportamento [del gallo]) di Columella dovrebbe essere cambiato in "mares", cioè i maschi, i galli.

Non sto ad elencare le razze di polli conosciute ai tempi dei Romani perché potrebbe essere fuorviante: per esempio, vi viene inclusa anche la Faraona. Mi limito invece a ricercare i tratti che potrebbero essere della Livorno, o comunque di un pollo dell'Italia centrale.

Varrone (Rieti, 116-27 aC) parla delle galline domestiche, le villaticae: rubicunda pluma, nigris pinnis, imparibus digitis, magnis capitibus, crista erecta, amplas (le piume rosse, le penne nere, le dita impari, la testa grande, la cresta eretta, corpulente). Quindi, polli con ali e coda dalle penne nere, mentre le piume erano rossicce nel restante mantello: la prima Livorno che partì per New York era una dorata o, perlomeno, un pollo dal mantello rosso-nero. Inoltre, la cresta eretta e ampia riferita da Varrone ci fa escludere che si trattasse di una Breda o di un malesioide, e non può non richiamare alla nostra mente quelle enormi creste caratteristiche della Livorno, le quali ai tempi di Varrone, forse nelle femmine, non erano ancora emipendule come preteso dall'attuale standard, al quale, come l'allevatore ben sa, non tutte vogliono purtroppo adeguarsi. Tralascio volutamente le dita impari di Varrone, in quanto si tratta di un dato discutibile dal punto di vista linguistico.

Tra le razze citate da Plinio il Vecchio (Como 23/24 - Stabia 79 dC) sono di nostro interesse le seguenti:

§ pinnis nigris, (col)ore rubicundo: Plinio ricalca i dati riferiti da Varrone circa il colore del mantello, ma tace sulla cresta; è arcinoto che Plinio era un enciclopedico arraffone e impreciso

§ luteo rostro pedibusque: che oggi la Livorno debba avere becco e zampe gialle nessuno può contestarlo

§ nigrae: quindi ai tempi di Plinio c'erano polli tutti neri ed erano quelli adatti per i riti misterici; egli non specifica se avevano anche la pelle e altre strutture interne nere, ma sta di fatto che esisteva un pollo dal mantello e dai tarsi neri.

È soprattutto in Columella (Cadice, I sec. dC) che l'antenato della Livorno fa la sua più verosimile comparsa. Però…, sì c'è un però: dalla coscia in giù la Livorno potrebbe essere messa in dubbio. Columella dice che i polli da cortile hanno piume rossicce oppure nerastre, mentre le penne sono nere, le creste rutilanti ed erette, gli orecchioni bianchi e grandi, i bargigli soffusi di bianco e che ricadono come la barba di una persona attempata. Ma Columella non cita il colore dei tarsi e, oltretutto, afferma che le galline di ottimo ceppo sono quelle con 5 dita. Tuttavia, secondo l'autorevole Edward Brown (1906), il pollo descritto da Columella sarebbe l'antenato di Livorno, Castigliana e Bresse.

Dal punto di vista genetico la polidattilia è un tratto che si esprime in modo abbastanza impreciso: ne sono ben consci gli allevatori di polli pentadattili. Ma soprattutto nulla esclude che nel pollo italico questo gene sia andato praticamente perso nel corso dei secoli: questa ipotesi è avvalorata da Aldrovandi che, alla fine del 1500, non conosceva la pentadattilia - non solo nel pollo - e non sapeva proprio cosa riferire in merito, se non che la zampa di pollo pentadattila che aveva ricevuto e che conservava nel museo di Bologna, la riteneva una mostruosità.

4 - Rinascimento

Dal I secolo dC al Rinascimento il salto temporale è cospicuo, non solo per la mancanza di dati circa l'esistenza di un pollo italico come descritto da Columella, ma perché la letteratura è avarissima nei confronti di qualsivoglia pollo, e non è certo Ulisse Aldrovandi (Bologna, 1522-1605) a darci una mano nell'identificare un pollo della sua epoca che ci faccia gridare: eureka! Tutt'altro: in base ai minuziosi dati contenuti nella sua Ornithologia a me sorge il dubbio che il pollo italico fosse scomparso dalla circolazione. Infatti egli afferma che le galline Turcicae "parum a nostris differunt" (differiscono poco dalle nostre).

Fig. XI. 2 - Gallus Turcicus e Gallina Turcica di Aldrovandi
Secondo Alessandro Ghigi questo pollo fu il diretto antenato della Siciliana.

Sfido chiunque a riconoscere nella Gallina Turcica, così come raffigurata e descritta da Aldrovandi, un antenato seppur lontano della Livorno. Infatti i tarsi erano azzurrognoli, nella femmina era talora presente un ciuffetto di piume al capo, la cresta del gallo, bipartita, era tutt'altro che da pollo mediterraneo tipico, nonostante i bargigli del maschio e della femmina non fossero di dimensioni ridotte. A confortare la mia ipotesi che la Gallina Turcica non somigliasse alla Livorno esiste l'affermazione di Darwin, secondo il quale si trattava di un'antenata dell'Amburgo, mentre Lewis Wright affermò trattarsi dell'antenata della Campine. Ma forse colse nel segno il nostro Alessandro Ghigi quando affermò che la Gallina Turcica di Aldrovandi fu la diretta antenata della Siciliana, anch'essa a buon diritto mediterranea, ma non tipica.

5 - Periodo della Pollomania: XIX secolo

Colui che con la sua autorità, e oltretutto in tempi recenti, fa eclissare la Livorno, è Charles Darwin (1809-1882): pubblicò The variation of animals and plants under domestication nel 1868, quindi, dopo circa trent'anni da quando due contingenti di polli toscani avevano lasciato l'Italia per il Nordamerica salpando da Livorno.

Sono 13 le razze elencate da Darwin nella seconda edizione della suddetta opera (elenco redatto con la consulenza di Tegetmeier e di Brent, 1875): neppure una di tali razze somiglia lontanamente alla Livorno!

Però Teodoro Pascal (1905) ci apre finalmente il cuore: egli è categorico quando afferma che la Livorno è la stessa gallina posseduta dagli antichi Romani.

A questo punto cerchiamo di mettere ordine. Un dato è certo: la maggioranza degli studiosi concorda sul seguente dato:

§ verso il 1835 un primo drappello di polli toscani dal piumaggio rosso-nero lasciò il porto di Livorno per raggiungere quello di New York

Pur essendo contestabili, le seguenti date vengono accettate dai più:

§ nel 1836 toccò a un manipolo dal piumaggio bianco lasciare il porto di Livorno alla volta dell'America

§ nel 1870 ne emigrò un altro, quello dal piumaggio nero

§ Ghigi aggiunge che nel 1850 e nel 1855 gli Americani importarono da Livorno molto pollame toscano.

Nessun autore riferisce altre caratteristiche possedute dai polli partiti da Livorno se non quelle del piumaggio, ma Brown nel 1906 scriveva che in Italia la maggioranza delle Leghorn aveva zampe gialle e parecchie avevano tarsi ardesia.

L'Ancona, partita nel 1884 dall'omonimo porto alla volta dell'Inghilterra, secondo l'American Standard of Perfection (1992) deve avere zampe gialle e, sempre secondo tale standard, questa razza è originata da incroci tra polli comuni dell'Italia centrale, come emerge dalle strette somiglianze con la Livorno.

Ghigi è più drastico: l'Ancona è fondamentalmente una Livorno selezionata in Inghilterra, dai tarsi gialli, tigrati o picchiettati di nero verdastro; secondo Brown si tratta di una varietà della Livorno con zampe gialle macchiettate di nero e becco giallo con sfumature color corno.

Rimane da parlare della Valdarno. Secondo Pascal (1905) è l'italiana nera, e solo nera, a zampe e becco scuri o verde ardesia.

Conclusione

Dalla carrellata sulle caratteristiche possedute da certi polli italici nel 1800 e all'inizio del 1900, possiamo arguire che i tratti genetici citati da Plinio erano tutti presenti nel XIX secolo come lo erano ai suoi tempi: becco giallo o nero, zampe gialle o nere, mantello dorato o nero.

Presso i Romani esisteva anche il mantello bianco, ma questo fenotipo era da evitare in quanto facile vittima dei predatori. E dove mettiamo la cresta eretta e ampia citata da Varrone nonché gli enormi bargigli descritti da Columella? E gli enormi orecchioni bianchi?

Se attraverso Aldrovandi non riusciamo a identificare un pollo che ricordi la Livorno, lo stesso accade affidandoci a Darwin: forse che costui ebbe una svista, oppure una scarsa considerazione per un miscuglio di varietà italiche dai tratti genetici non fissati, compito che sarebbe spettato agli Americani? Ma, la selezione della Livorno, non fu opera solo degli Americani: infatti polli italiani, oltre alla già citata Ancona, raggiunsero l'Europa del nord e vennero sottoposti a meticolosa selezione.

La linguistica è spesso in grado di sintetizzare corretti dati storici. Gli Americani hanno battezzato quel pollo italico Leghorn, cioè Livorno - da Legorno, uno dei tanti nomi che la città ebbe in passato -, mentre i Tedeschi si sono spinti oltre, e al di là del loro noto campanilismo: l'hanno chiamato Italiener.

Ecco dunque coincidere la linguistica e la genetica storica: esse fanno della Livorno un pollo tutto italiano, anche se ovviamente il suo antenato più antenato dobbiamo cercarlo nelle giungle dell'Asia.

E questa è un'altra storia.

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