Conrad Gessner

Historiae animalium liber III qui est de Avium natura - 1555

De Gallo Gallinaceo

trascrizione di Fernando Civardi - traduzione di Elio Corti

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¶ Mercurio gallum attribuit Fulgentius[1], ob mercatorum videlicet vigilantiam, Gyraldus[2]. Gallinaceus Ἑρμοῦ παρέδρος memoratur in Somnio Luciani. In arce Eleorum Pallados galeae insidet gallus, ex pugnacis naturae argumento. Sed, inquit Pausanias (in Eliacis[3],) Minervae sacram arbitrari, (existimari posse,) quam ἐργάνην vocant, possumus avem hanc, Caelius. forte quod ad erga, id est opera, gallus excitet. ¶ Nocti deae (inquit Gyraldus) gallus sacrificabatur, et nocturno tempore. Nocte deae {noctis} <Nocti> cristatus caeditur ales, | Quod tepidum vigili {provocat) <provocet> ore diem, Ovidius in Fastis [4]. ¶ Sacri sunt Soli, cui venienti assurgunt, quo cum eunt dormitum, Textor. Soli et Lunae sacrum esse gallum, supra etiam scripsimus in Symbolo Gallum nutrias, etc.[5] Scribunt Laertius et Suidas gallum album non attingendum, inter symbola esse: hoc est ἀλεκτρυόνος μὴ ἅπτεσθαι λευκοῦ: quod Iovi, inquit, sacer est et Lunae, atque horarum nuncius et diei. Meminit et Plutarchus quarto Symposiacon, sed causam non adfert, Gyraldus. Gallum album mensi sacrum, utpote horarum nuncium credidit Pythagoras, (quare et abstinere eo iussit, Laertius,) Gyraldus. ¶ Volucris Titania, pro gallinaceo, apud Textorem. ¶ Ludovicus Romanus author est cacodaemonis sacerdotes sanguine gallinacei, cultello argenteo iugulati, carbonibus ignitis aspersi, ei sacrum peragere.

¶ Fulgenzio ha affidato un gallo a Mercurio, ovviamente affinché i mercanti siano vigili, Giraldi. In Il sogno ovvero il gallo di Luciano il gallo viene menzionato come Hermoû parédros, il collaboratore di Ermes. Sull'acropoli degli abitanti di Elide un gallo sta ritto sull'elmo di Atena, per motivi legati alla sua natura combattiva. Ma Pausania in Elide dice che questo uccello possiamo considerarlo (può essere ritenuto) sacro a Minerva, che chiamano ergánën, l'industriosa, Lodovico Ricchieri. Forse perché il gallo sprona agli erga, cioè alle attività. ¶ Giraldi dice: Il gallo veniva sacrificato alla dea Notte, e di notte. Di notte l’uccello fornito di cresta viene immolato alla dea Notte, | in quanto con la sua voce vigile richiama il tiepido giorno, Ovidio nei Fasti. ¶ Essi sono sacri al Sole, di fronte al quale si alzano quando sta arrivando, e con lui vanno a dormire, Jean Tixier. Anche in precedenza – pag. 408 – ho scritto che il gallo è sacro al Sole e alla Luna a proposito del simbolo di fede Nutri il gallo, etc.. Diogene Laerzio e il lessico Suida scrivono che tra i simboli di fede c'è che il gallo bianco non deve essere toccato: cioè, alektryónos më háptesthai leukoû: in quanto, dice, è sacro a Giove e alla Luna, ed è l'araldo delle ore e del giorno. Lo ricorda anche Plutarco in Symposiakà problëmata, ma non adduce il motivo, Giraldi. Pitagora ritenne che il gallo bianco era sacro al mese dal momento che era il messaggero delle ore, (motivo per cui ordinò pure di astenersene, Diogene Laerzio), Giraldi. ¶ In Jean Tixier  troviamo uccello discendente dei Titani al posto di gallo. ¶ Ludovico de Varthema narra che i sacerdoti di un demone cattivo compiono in suo onore una cerimonia sacra con il sangue di un gallo sgozzato con un coltello d’argento e cosparso di carboni ardenti.

¶ Auguria. Inter divinationum genera aliqui etiam alectryomantiam numerant, Gyraldus. Praeposteros aut vespertinos gallorum cantus optimi eventus multi notavere. Themistocli pridie quam Xerxem duceret, auditus gallorum cantus, victoriae mox futurae praenuncium fecit: idque ideo, quod victus nequaquam canit: victor vero obstrepit et murmurat. contra vero gallinarum. nam diri aliquid imminere, aut futurum incommodum illarum cantus designavit, Alexander ab Alex. Cecinere galli nocte tota qua magnus Matthaeus vicecomes primum suscepit filium: unde Galleacio nomen inditum, portento quodam magnae successionis, Volaterranus.  Gallinaceorum sunt tripudia solistima. hi magistratus nostros quotidie regunt, domosque ipsis suas claudunt aut reserant. Hi fasces Romanos impellunt aut retinent: iubent acies aut prohibent, victoriarum omnium toto orbe partarum auspices. Hi maxime terrarum imperio imperant, extis etiam fibrisque haud aliter quam op{t}imae victimae diis {gratae} <grati>. Habent ostenta et praeposteri eorum vespertini<que> cantus. Nanque totis noctibus canendo Boeotiis nobilem illam adversus Lacedaemonios praesagivere victoriam, ita coniecta interpretatione, quoniam victa ales illa non caneret, Plinius[6]. Puls potissimum dabatur pullis in auspiciis, quia ex ea necesse erat aliquid decidere, quod tripudium faceret: id est terripuvium. puvire[7] enim ferire est. Bonum enim augurium esse putabant, si pulli per quos auspicabantur, comedissent: praesertim si eis edentibus aliquid ab ore decidisset. Sin autem omnino non edissent, arbitrabantur periculum imminere, Festus. Moris fuit Romanis ducibus pugnam inituris advocare pullarium, ut offas gallis obijceret ad augurium captandum. si vescerentur, ratum erat auspicium, cum aliquid ore excidisset, terripudium dicebatur solistimum, mox tripudium dictum, quoniam scilicet esca in solo cadebat, Grapaldus. Cum terripudio Flaminius auspicaretur, pullarius diem praelii committendi differebat, M. Tullius lib. 1. de Divinat.[8]

Presagi. Alcuni tra i vari tipi di profezie annoverano anche l'alettriomanzia, Giraldi. Parecchi hanno segnalato come indicativi di un ottimo evento i canti dei galli fuori tempo oppure serali. L'aver udito il canto dei galli il giorno prima di dar battaglia a Serse I per Temistocle rappresentò il segno premonitore di una vittoria che si sarebbe presto verificata: e pertanto ne deriva il fatto che colui che è vinto assolutamente non canta: e il vincitore strepita e fa rumore: al contrario delle galline. Infatti il canto delle galline aveva preannunciato che qualcosa di funesto stava incombendo o che stava per accadere una disgrazia, Alessandro Alessandri. I galli hanno cantato per tutta la notte in cui a Matteo Visconti I il Grande nacque il primo figlio: motivo per cui gli fu assegnato il nome di Galeazzo, in un certo senso come presagio di un illustre discendente, Raffaelo Maffei. Ai galli sono dovuti i tripudi - i presagi favorevoli. Essi guidano ogni giorno i nostri magistrati e a essi chiudono o aprono le loro case. Essi trattengono o incitano i fasci littori romani - frenano o spingono alle alte cariche: comandano o proibiscono schieramenti di truppe, àuspici di tutte le vittorie conseguite in tutto il mondo. Essi soprattutto dominano sul dominio del mondo, graditi agli Dei per quanto riguarda le viscere e le interiora, non diversamente da quanto lo sono le vittime opime. Ritengono come annunci di fatti straordinari anche i loro canti fuori tempo e serali. E infatti cantando per notti intere predissero ai Beoti quella famosa vittoria contro gli Spartani, e l’interpretazione che è stata ipotizzata è questa: in quanto quell’uccello se sconfitto non canterebbe, Plinio. Durante gli auspici veniva dato ai polli soprattutto del pastone, in quanto era necessario che qualcosa cadesse a terra, in quanto ne sarebbe scaturito un auspicio favorevole: cioè la terra sarebbe stata colpita. Infatti puvire significa colpire. Infatti ritenevano fosse di buon auspicio se i polli avessero mangiato per l’intervento di coloro dai quali venivano fatti presagire: soprattutto se mentre mangiavano fosse caduto loro di bocca qualcosa. Ma se non avessero assolutamente mangiato, ritenevano che stava incombendo un pericolo, Festo. È stata abitudine dei condottieri romani che stavano per iniziare una battaglia convocare il custode del pollaio perché gettasse ai galli dei bocconi per poterne trarre un auspicio: se li avessero mangiati, l'auspicio era valido, e se qualcosa fosse caduto dalla bocca, veniva detto un colpire la terra di buon auspicio, poi detto tripudio, cioè in quanto il boccone cadeva al suolo, Francesco Mario Grapaldi. Siccome Gaio Flaminio cercava dei presagi attraverso il tripudio, il custode del pollaio rinviava il giorno di attaccare battaglia, Cicerone nel I libro del De divinatione.

Non solum augures Romani ad auspicia primum pararunt pullos, sed etiam patres familiae rure, Varro[9]. Pullarius dicitur qui pullorum curam habet, et qui e pastu pullorum captat auspicia, Ciceroni ad Plancum lib. 10.[10] et Livio 8. ab Urbe[11]. Attulit in cavea pullos, is qui ex eo <ipso> nominatur pullarius, Cicero 2. de Divinat.[12] P. Claudius bello Punico primo cum praelium navale committere vellet, auspiciaque more maiorum petiisset, et pullarius non exire pullos cavea nunciasset, abiici eos in mare iussit, dicens: Quia esse nolunt, bibant, Val. Maxim.[13]

Non solo gli àuguri romani furono i primi ad addestrare i polli per gli auspici, ma anche i capifamiglia in campagna, Varrone. Viene detto pullarius colui che si prende cura dei polli e colui che trae gli auspici dal modo di mangiare dei polli, in Cicerone nel X libro Ad familiares rivolgendosi a Planco, e Livio nel libro VIII Ab urbe condita. Ha collocato nella gabbia i polli colui che, proprio per questo, viene chiamato pullarius, Cicerone nel II libro del De divinatione. Claudio Publio Pulcro durante la prima guerra punica volendo ingaggiare una battaglia navale e avendo richiesto i presagi secondo il costume degli antenati, e avendo il custode annunciato che i polli non uscivano dalla gabbia, diede ordine di gettarli in mare dicendo: Dal momento che non vogliono mangiare, bevano, Valerio Massimo.

¶ Invenitur in annalibus, in Ariminensi agro M. Lepido, Q. Catulo coss. in villa Galerii locutum gallinaceum, semel quod equidem sciam, Plinius[14]. ¶ Galenus alicubi in Commentario in primum Epidemiorum, insomnii de cristis gallinaceorum meminit.

¶ Negli annali si rinviene che nel territorio di Rimini durante il consolato di Marco Emilio Lepido e di Quinto Catulo - 78 aC - nella tenuta di Galerio un gallo parlò, una sola volta, per quanto ne so, Plinio. ¶ Galeno in un punto di In Hippocratis epidemiorum librum I commentarii fa menzione di una visione che aveva come argomento le creste dei galli.

¶ Proverbia. Gallo albo abstineas, ἀλεκτρυόνος μὴ ἅπτεσθαι λευκοῦ: id est Candido gallo ne manum admoliaris, quod mensi sacer sit, utpote horarum nuncius, Erasmus in Chiliadibus inter Symbola Pythagorica[15]. Gallo albo abstinendum, id est saluti cuiusque purissime favendum, (mihi haec interpretatio non satisfacit,) Plutarchus in Symbolis Pythag. interprete Gyraldo. Pythagoram ferunt gallum album adeo amasse, ut si quando videret, fratris germani loco salutaret, et apud se haberet, Gyraldus.

Proverbi. Devi astenerti dal gallo bianco, alektryónos më háptesthai leukoû: cioè, non mettere le mani su un gallo bianco perché è sacro al mese dato che è l'araldo delle ore, Erasmo da Rotterdam negli Adagia tra i simboli di fede pitagorici. Bisogna astenersi da un gallo bianco, cioè, bisogna favorire la salute di chiunque nel modo più corretto possibile (questa traduzione non mi soddisfa), Plutarco tradotto da Giraldi in Symbolorum Pythagorae Interpretatio. Dicono che Pitagora tanto amò il gallo bianco che se per caso lo vedeva lo salutava come se fosse un fratello nato dagli stessi genitori, e lo teneva con sé, Giraldi.

¶ Tolle calcar, Αἶρε πλῆκτρον ἀμυντήριον. id est Tolle calcar ultorium. extat adagium in Aristophanis Avibus, Αἶρε πλῆκτρον εἰ μάχῃ, Tolle calcar si pugnas. In eum dici solitum, qui iam ultionem parat. Mutuo sumpta metaphora a gallis pugnam inituris, quibus ferrei stimuli quidam alligari solent, quo se tueantur inter certandum, Erasmus ex Suida et Scholiaste Aristophanis. Proverbia, Galli cantus ante victoriam, et, Priusquam gallus iterum cecinerit, memorata sunt supra in H. c. Tollere cristas, (ut, Tollere cornua,) pro eo quod est animo efferri. Iuvenalis[16], Quid apertius? Et tamen illi | Surgebant cristae. id est, Sibi placebat. Translatum ab avibus cristatis, in quibus cristae erectiores alacritatis atque animorum indicia sunt: nisi ad militum cristas referre malumus, quo sane hominum genere nihil nec insolentius, nec stolidius. In hanc sententiam Aristophanes in Pace dixit, detrahere cristas, ἥπερ ἡμῶν τοὺς λόφους ἀφεῖλε. Id est, quae nobis cristas detraxit: videlicet reddita pace. Contra submittere fasces dicuntur, qui de iure suo concedunt, ac legitimam potestatem ultro ad privatam mediocritatem demittunt, etc. Erasmus.

¶ Metti lo sperone, Aîre plêktron amyntërion. Cioè, Metti lo sperone vendicatore. Negli Uccelli di Aristofane c'è un adagio, Aîre plêktron ei máchëi, Mettiti lo sperone se combatti. Viene solitamente detto a chi sta già preparando una vendetta. Si tratta di una metafora presa in prestito dai galli che stanno per iniziare un combattimento, ai quali abitualmente vengono allacciati degli speroni di ferro in modo che possano difendersi durante il combattimento, Erasmo da Rotterdam l'ha desunto dal lessico Suida e dal commentatore di Aristofane. I proverbi Il canto del gallo prima della vittoria e Prima che il gallo abbia cantato di nuovo sono stati ricordati in precedenza in H. c.. Alzare le creste (equivalente ad Alzare le corna) nel senso di insuperbirsi. Giovenale: Cosa c'è di più palese? E tuttavia a lui | gli si drizzavano le creste. Cioè, Si compiaceva di se stesso. Traslato dagli uccelli dotati di cresta, nei quali le creste quanto più sono erette sono un indizio di alacrità e di arroganza: a meno che preferiamo far riferimento ai cimieri dei soldati, in quanto in questo tipo di uomini nulla è più insolente e insensato. Contro questo modo di pensare Aristofane in Pace disse abbassare le creste, hëper hëmôn toùs lóphous apheîle. Cioè, colei che ci ha tolto le creste: cioè, con il ritorno della pace. Invece si dice che abbassano i fasci di coloro che si ritraggono dai loro diritti e per giunta affidano il potere legalizzato alla mediocrità dei privati etc., Erasmo.


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[1] Mythologiarum libri tres – I, XVIII. Fabula Mercurii. - Si furtis praefuerunt dii, non erat opus criminibus iudicem, ex quo culpae habuerunt caelestem auctorem. Mercurium dicunt praeesse negotiis, virgam ferentem serpentibus nexam, pennatis quoque talaribus praeditum, hunc etiam internuntium furatrinumque deum. Quid sibi vero huius nominis atque imaginis significatio disserat, edicamus. Mercurium dici voluerunt quasi mercium-curum; omnis ergo negotiator dici potest Mercurius. - Quare pennas. - Pennata vero talaria, quod negotiantum pedes ubique pergendo [quasi] pennati sunt. - Quare virgam. - Virgam vero serpentibus nexam ob hoc adiciunt, quod mercatus det aliquando regnum ut sceptrum, det vulnus ut serpentum. - Quare galerem et gallum. - Galere enim coperto capite pingitur, quod omne negotium sit semper absconsum. Gallum quoque in eius ponunt tutelam, sive quod omnis negotiator semper invigilet seu quod ab eius cantu surgant ad peragenda negotia.

[2] Forse la referenza di Gessner è corretta anche se in base alle mie limitate capacità di comprendonio è poco chiaro se Giraldi con attribuere stia riferendosi a Virgilio e Stazio oppure a Fulgenzio e Stazio. Ecco il testo di Giraldi tratto da Historiae Deorum Gentilium Syntagma IX: Sed Fulgentius: Pennata, inquit, talaria habent, quod negotiantium pedes ubique pergendo quasi pennati sunt. Pingitur praeterea cum galero alato, et cum talaribus, et petaso in pedibus. caduceumque in manibus interdum fingitur, nunc virgam, nunc falcatum gladium habens, id est Harpen, et (ut dixi) marsupium plerunque attribuere. L. Apuleius de Asino aureo, Mercurium ita libro decimo effingit. Puer, ait, luculentus, nudus, nisi quod ephebi chlamyde sinistrum tegebat humerum, flauis crinibus onspicuus: inter comas eius aureae pinnulae simul coniunctae prominebant, cum caduceo et virgula. Vergilius plane et ipse in quarto Aeneidos ita effingit, Ille patris, inquit, magni parere parabat | Imperio, et primum pedibus talaria nectit | Aurea, quae sublimem alis, sive aequora supra | Seu terram rapido pariter cum flamine portant. | Tum virgam capit, hac animas ille evocat Orco | Pallentesque, alias subtristia tartara mittit. | Dat somnos, adimitque, et lumina morte resignat: | Illa fretus agit ventos, et turbida tranat | Nubila. His non dissimila Statius Papinius primo libro Thebaidos, sed uterque ab Homero desumpsit. Huic deo porro gallum attribuere, quod literati et negotiatores vigilare habent necesse, nec totam somno fas est consumere noctem. Mercurii insuper statuis viatores solebant lapidum acervos accumulare, ut singuli singulos adiicerent: id innuentes, ut ait Phurnutus, vel ita deum honorare, re scilicet ea quae ad praesens sit in promptu et obvia: vel quod ita viam videantur repurgare, ne ad lapides caeteri viatores offendant: vel quod eo lapidum cumulo statua dei notior praetereuntibus fieret. - Ma grazie a Roberto Ricciardi possiamo affermare che attribuere è riferito a Fulgenzio e Stazio. Infatti nel novembre 2006 Roberto Ricciardi è riuscito a reperire il Symbolorum Pythagorae Interpretatio contenuto in Lilii Gregorii Gyraldi Operum quae extant omnium tomus secundus (Basileae per Th. Guarinum, mdlxxx) e a pagina 483 la frase di Giraldi qui citata suona così: Mercurio tamen gallus attribuit Fulgentius, ob mercatorum videlicet vigilantiam.

[3] Periegesi della Grecia VI, Elide II, 26,3.

[4] Fasti I,455-456: Nocte deae Nocti cristatus caeditur ales, | quod tepidum vigili provocet ore diem. – Anche a  pagina 402 ricorre noctis invece di Nocti.

[5] A pagina 408: Hoc (inquit Lilius Gr. Gyraldus) ab aliquibus inter symbola repositum est. Sunt qui dimidiatum tantum efferant, Gallos enutrias. Nonnulli praeceptum hoc non symbolum faciunt, nec aliud quam gallum ipsum intelligunt.

[6] Naturalis historia X,48-49: Iam ex his quidam ad bella tantum et proelia adsidua nascuntur - quibus etiam patrias nobilitarunt, Rhodum aut Tanagram; secundus est honos habitus Melicis et Chalcidicis -, ut plane dignae aliti tantum honoris perhibeat Romana purpura. [49] Horum sunt tripudia solistima, hi magistratus nostros cotidie regunt domusque ipsis suas claudunt aut reserant. Hi fasces Romanos inpellunt aut retinent, iubent acies aut prohibent, victoriarum omnium toto orbe partarum auspices. Hi maxime terrarum imperio imperant, extis etiam fibrisque haut aliter quam opimae victimae diis grati. Habent ostenta et praeposteri eorum vespertinique cantus: namque totis noctibus canendo Boeotiis nobilem illam adversus Lacedaemonios praesagivere victoriam, ita coniecta interpretatione, quoniam victa ales illa non caneret.

[7] Ai tempi di Festo Sesto Pompeo (II-III secolo dC) probabilmente terripavium e pavire si erano trasformati in terripuvium e puvire, come dimostra il suo De verborum significatione.

[8] De divinatione I,35,77: Quid? Bello Punico secundo nonne C. Flaminius, consul iterum, neglexit signa rerum futurarum magna cum clade rei publicae? Qui exercitu lustrato cum Arretium versus castra movisset et contra Hannibalem legiones duceret, et ipse et equus eius ante signum Iovis Statoris sine causa repente concidit nec eam rem habuit religioni, obiecto signo, ut peritis videbatur, ne committeret proelium. Idem, cum tripudio auspicaretur, pullarius diem proelii committendi differebat. Tum Flaminius ex eo quaesivit, si ne postea quidem pulli pascerentur, quid faciendum censeret. Cum ille quiescendum respondisset, Flaminius: "Praeclara vero auspicia, si esurientibus pullis res geri poterit, saturis nihil geretur!" Itaque signa convelli et se sequi iussit. Quo tempore cum signifer primi hastati signum non posset movere loco, nec quicquam proficeretur [?] plures cum accederent, Flaminius re nuntiata suo more neglexit. Itaque tribus iis horis concisus exercitus atque ipse interfectus est.

[9] Rerum rusticarum III,3,5: Earum rerum cultura instituta prima ea quae in villa habetur; non enim solum augures Romani ad auspicia primum pararunt pullos, sed etiam patres familiae rure.

[10] Ad Familiares X,12: Recitatis litteris oblata religio Cornuto est pullariorum admonitu, non satis diligenter eum auspiciis operam dedisse, idque a nostro collegio comprobatum est; itaque res dilata est in posterum.

[11] Ab urbe condita VIII,30: In Samnium incertis itum auspiciis est; cuius rei vitium non in belli eventum, quod prospere gestum est, sed in rabiem atque iras imperatorum vertit. namque Papirius dictator a pullario monitus cum ad auspicium repetendum Romam proficisceretur, magistro equitum denuntiavit ut sese loco teneret neu absente se cum hoste manum consereret. - IX,14: Agentibus divina humanaque, quae adsolent cum acie dimicandum est, consulibus Tarentini legati occursare responsum exspectantes; quibus Papirius ait: "auspicia secunda esse, Tarentini, pullarius nuntiat; litatum praeterea est egregie; auctoribus dis, ut videtis, ad rem gerendam proficiscimur". - X,40: Tertia vigilia noctis iam relatis litteris a collega Papirius silentio surgit et pullarium in auspicium mittit. Nullum erat genus hominum in castris intactum cupiditate pugnae; summi infimique aeque intenti erant; dux militum, miles ducis ardorem spectabat. Is ardor omnium etiam ad eos qui auspicio intererant pervenit; nam cum pulli non pascerentur, pullarius auspicium mentiri ausus tripudium solistimum consuli nuntiavit.

[12] De divinatione II,34: Tum ille: "Dicito, si pascentur." "Pascuntur". Quae aves? Aut ubi? Attulit, inquit, in cavea pullos is, qui ex eo ipso nominatur pullarius. Haec sunt igitur aves internuntiae Iovis! Quae pascantur necne, quid refert? Nihil ad auspicia; sed quia, cum pascuntur, necesse est aliquid ex ore cadere et terram pavire (terripavium primo, post terripudium dictum est; hoc quidem iam tripudium dicitur) - cum igitur offa cecidit ex ore pulli, tum auspicanti tripudium solistimum nuntiatur.

[13] Gessner non cita dall'opera originale di Valerio Massimo (Factorum et dictorum memorabilium libri novem) in cui il brano è assente, ma, seppure con piccolissime differenze, dall'Epitome Valerii Maximi di Giulio Paride: P. Claudius bello Punico primo, cum proelium navale committere vellet, auspiciaque more maiorum petisset, et pullarius non exire cavea pullos nuntiasset, abici eos in mare iussit, dicens 'quia esse nolunt, bibant!'. (J. Briscoe, Leipzig, Teubner 1998 - I 4,3, p. 34,41) § L’episodio relativo a Publius Claudius è presente, per esempio, in Livio, Periocha XIX: Caecilius Metellus rebus adversus Poenos prospere gestis speciosum egit triumphum, XIII ducibus hostium et CXX elephantis in eo ductis. Claudius Pulcher cos. contra auspicia profectus - iussit mergi pullos, qui cibari nolebant - infeliciter adversus Carthaginienses classe pugnavit, et revocatus a senatu iussusque dictatorem dicere Claudium Gliciam dixit, sortis ultimae hominem, qui coactus abdicare se magistratu postea ludos praetextatus spectavit.

[14] Naturalis historia X,50: Invenitur in annalibus in agro Ariminensi M. Lepido Q. Catulo cos. in villa Galerii locutum gallinaceum, semel, quod equidem sciam.

[15] Nell'edizione degli Adagia di Erasmo del 1550 (Lugduni, apud Sebastianum Gryphium) questo proverbio è contenuto in Chiliadis I Centuria I e fa parte dei Pythagorae symbola.

[16] Satira IV,65-71: Tum Picens 'accipe' dixit | 'privatis maiora focis. Genialis agatur | iste dies. Propera stomachum laxare sagina | et tua servatum consume in saecula rhombum. | Ipse capi voluit.' Quid apertius? Et tamen illi | surgebant cristae. Nihil est quod credere de se | non possit cum laudatur dis aequa potestas.